Neve cadendo nel cortile

 

 

 

La camera aveva finestre grandi, grandi quanto la parete, dal soffitto fino al pavimento, da un lato all'altro; il telaio delle finestre era di acciaio. Di fronte si vedeva una parete di finestre e ai due lati due pareti anche loro di finestre; era un edificio di quattro piani, e la nostra finestra era al secondo piano, più o meno nel centro di una delle quattro pareti che chiudevano il cortile dell’albergo.  Il cortile circoscritto da queste pareti non sembrava giustificare lo sforzo per offrire una vista tanto abbondante: era quadrato, forse un venti metri per venti, scarsamente popolato di bassi arbusti; quattro panchine di ferro erano collocate intorno a quella che era stata una fontana, adesso con la vasca vuota ed il rubinetto silenzioso.

 

Ero in piedi, di fronte alla finestra ma senza appoggiarmi ad essa: mi dava una sensazione di freddo, e fredda lo era. Erano finestre di stile e costruzione vecchia, vetri semplici e un telaio senza insolazione; forse fine anni cinquanta. I vetri della parte bassa erano di un verde acquoso, quelli della parte alta erano un poco offuscati dalla caligine, sempre presente in quella città di pianura, di poco vento e molte fabbriche. Solamente lo strato di neve recentemente caduta, e che ancora leggermente cadeva, e che a mala pena copriva l'erba bruciata dalle brinate, era bianco; un bianco pallido, come pallida, fievole, era la luce dell'unico lampione. Solamente  il bianco della neve rendeva gradevole quel giardino chiuso e dimenticato; solamente il chiarore delle luci della città riflesso da bassi nubi, aiutava il lampione a rischiarare quella solitudine invernale.

 

La stanza era calda, ma sentii un brivido e strinsi ancor di più le braccia che avevo incrociate sul petto. Lei ancora era nel bagno, preparandosi. Dopo una lunga giornata di lavoro, dopo una lunga cena in cui avevamo mangiato poco e parlato tanto, meritava una doccia rilassante e meritava di concedersi una preparazione accurata.

 

I miei pensieri ritornarono al giardino, alle panchine intorno alla fontana e mi chiesi per quale ragione gli ospiti di quel l'albergo avrebbero voluto sedersi lì, alla vista di tutte quelle finestre. Osservando la parete di fronte, feci un rapido calcolo: venti per ogni lato, e quindi ottanta finestre che guardavano nel cortile. Come doveva sentirsi uno guardando una fontana gorgogliante, si perché sicuramente una volta aveva gorgogliato, mentre che nascosi dietro le tende centosessanta occhi lo stavano scrutando, osservando, valutando. 

 

Che idea stupida,  mi dissi, mentre guardavo il cortile deserto che andava coprendosi di una neve che scendeva lenta, solo occasionalmente sviluppando piccoli turbini che presto si dissolvevano in una nevicata pigra e lenta, mentre lei nel bagno si preparava per la notte. Questo è un albergo per professionisti che non hanno tempo per sedersi sulle panchine, sulle scomode panchine di ferro in un cortile desolato, circondato da alte pareti di vetro; e tanto meno gli affaccendati ospiti hanno tempo da buttar via per contemplare uno sfaccendato che si perde guardando una fontana. Certamente che no. Siamo nel centro di una città industriale, di gente che lavora su tre turni nelle acciaierie, che non ha tempo per sedersi in panchine.

 

Sentii la sua mano, piccola e tiepida sulla mia spalla; misi la mia sopra la sua; lasciai che il profumo del suo corpo tiepido si impadronisse dei mie sensi; sentii il suo seno contro la mia schiena, la testa reclinata sulla mia spalla. Continuai a guardare la neve cadere lenta, a volte obliqua ed un poco più rapida, e poi ancora cadere lenta nel cono della luce pallida del lampione. Non volli voltarmi; per quanto lo desiderassi, non volevo iniziare quello che una volta iniziato sarebbe inevitabilmente arrivato alla sua conclusione. Avrei voluto poter continuare a sentire la sua mano sotto la mia, il seno contro la mia schiena. Lei non si muoveva e la neve continuava a cadere. Dopo un periodo di tempo abbastanza lungo mi resi conto che non potevo fermare il trascorrere del tempo: mi voltai e la abbracciai. Non la ricordavo così piccola; si, senza tacchi era abbastanza più piccola di me. E minuta, e snella; ma non magra, con le giuste rotondità nei posti appropriati. Mi sembrò di tenerla fra le mie braccia per la prima volta.

 

Non era la prima volta. Avevamo già passato alcune notti nel mio appartamento, nella mia città, però questa era la prima volta nella sua città, in un albergo. Aveva un poco il sapore della clandestinità. Non per la piccola bugia che aveva raccontato alla sua famiglia per giustificare il fatto che passava la notte fuori casa; grazie ai suoi trenta anni, al suo lavoro e ad un carattere indipendente, non aveva bisogno di offrire spiegazioni, neanche a suo padre. Però era vero che nessuno sapeva dove eravamo in quel momento, neanche le sue amiche, nessuno lo sapeva malgrado lo sguardo vuoto ma inquisitore delle venti finestre di fronte, malgrado lo sguardo curioso e torto delle quaranta finestre ai nostri lati, malgrado lo sguardo nervoso e inquieto delle diciannove finestre del nostro lato che si chiedevano intrigate cose era che le altre finestre si sforzavano di vedere dietro questa nostra finestra. Però malgrado tutti quelli sguardi, nessuno sapeva dove eravamo in quella notte di freddo, e di neve, e di silenzio.

 

Ancora tenendola per la mano mi girai e mi scostai un poco, abbastanza per poter vedere la sua figura intera. Indossava una camicia da notte di seta... no, non era una camicia... però si che lo era, ma che parola inadeguata per quel raffinato capo per andare a letto, e per fare all'amore, e per incantare a quello con il quale fare l'amore. Le scendeva dalle spalle per mezzo di due sottili strisce di tessuto; si sollevava sui seni e poi scivolava fino ad accarezzarle il ventre per poi fermarsi all'altezza delle caviglie; era bianca e lucida, con una tenue sfumatura di rosa che la faceva sembrare un tutt'uno con la pelle; al fondo aveva una decorazione floreale: erba corta e verde, steli di fiori lunghi e verdi, bottoni di fiori gialli e rosa.

 

Mi resi conto con un leggero soprassalto che ero ancora completamente vestito e che molto probabilmente avevo bisogno di una doccia; anche la mia giornata era stata lunga.

 

"Vado a farmi la doccia," le dissi.

 

"No, non voglio aspettare un minuto di più," mi disse. "E poi, è già molto tardi, e domattina dovremo andare al lavoro molto presto."

 

Mi inginocchiai, presi il bordo della camicia e incominciai a sollevarla lentamente.

 

Mi sembrò che il silenzio, fino a quel momento assoluto, venisse rotto da uno scricchiolio di telai di finestre, delle finestre di fronte che cercavano di avvicinarsi, delle finestre di lato che cercavano di salire dalle pareti, girasi verso la nostra finestra e nello sforzo rischiavano di far saltare i vetri dal telaio. Mi sembrò perfino di percepire il calore di quegli sguardi.

 

Mi fermai un attimo e istintivamente mi girai per assicurarmi che nessuno ci stesse guardando; sollevai gli occhi al sentire le sue mani nei capelli; la guardai a lungo ed ella ritornò il mio sguardo, con intensità, con serenità, mentre mi arruffava i capelli.

 

"Cosa c'è, " mi chiese.

 

"Oh! Niente;  mi sembrava che ci guardassero"

 

Sollevò il viso per guardare fuori.

 

"Tutte quelle finestre sono buie e nessuno ci guarda"

 

"Anche la nostra è buia..."

 

"E quindi, se noi non vediamo loro, loro non vedono noi." E dopo aggiunse: "Questo è un albergo per gente che viaggia per lavoro: al sabato è praticamente vuoto."

 

"Come fai a saperlo," le chiesi intrigato per la sua sicurezza.

 

Sorrise e riprese ad arruffarmi i capelli: "Non dovresti fare domande per le quali potrebbe non piacerti la risposta."

 

Al vedere il mio sguardo interrogante aggiunse: "Sciocco, ci passo davanti quattro volte al giorno per andare a lavorare! E poi è tanto tempo che hanno pochi clienti e pensano di tirarlo giù o di trasformarlo completamente. Fu costruito come una clinica per anziani, era molto bello allora; ci venni qualche volta a trovare mia nonna."

 

Che logica, mi dissi, una logica ineccepibile; come quella che governa la produzione del tondino con il quale la città si è fatta ricca.

 

"Bene," le dissi, "allora questa è proprio la nostra notte, una notte segreta, soli in un albergo vuoto, dimenticato da tutti, e noi dimenticati da tutti."

 

"Si, questa è la nostra notte," mi disse.

 

Mi alzai e la abbracciai. Non sentivo più scricchiolii. Non sentivo più il calore di sguardi sulla schiena. Non sentivo  la neve cadere. Però cadeva. Bianca. Fredda. Silenziosa.

 

 

 

Ernesto, Rochester Febbraio 2017

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